Manaus, Un Viaggi Oltre L’avventura

Giuseppe LANDINO

Giungiamo a Manaus all’alba, su un traghetto tanto sgangherato da sembrare secolare. Manaus è una città fatta di casette piccole e bianche in periferia e vicino al porto fluviale, e di palazzi in stile liberty in centro: una città dove il tempo sembra essersi fermato, gelato nei vecchi tram della fine del secolo scorso, nelle vecchie automobili americane, in quei locali, quei negozi e quelle facce che sembrano uscite dai nostri ricordi infantili. Manaus è uno scorcio di anni sessanta che vive anacronistico alle soglie del 2000.

Il sole picchia e il caldo è umido e soffocante, complici la vicinanza del Rio Branco e della foresta amazzonica. Sotto il sole strade che sembrerebbero quelle della Vecchia Napoli se non fossero in piano e spesso sterrate. C’è una quantità di gente che si muove con una lentezza quasi studiata, come se per loro il tempo non contasse o scorresse ancora più lentamente. Uomini vestiti di chiaro, donne belle, ma spesso precocemente sciupate: quanto è lontana da tutto questo la frenesia della mia Milano.

All’improvviso il cielo, prima limpido e brillante, poi si fa cupo in un attimo e la strada si svuota prima che ci si possa rendere conto di ciò che accade. Prima ancora che ci si renda conto che piova siamo già inzuppati da capo a piedi da una pioggia torrenziale. Mai visto prima d’ora una cosa simile. Vedere le figure che diventano diafane fra gli scrosci d’acqua sempre più fitti nell’area diventata plumbea è l’unica possibilità, assistiamo così a questo spettacolo.

Nell’arco di cinque minuti, come tutto era cominciato, finisce, le nuvole spariscono il cielo torna limpido, l’umidità diventa ancora più soffocante: abbiamo fatto conoscenza con i “palos de agua”.

La carovana riparte il giorno dopo, su sentieri fitti di fronte che cadono a terra e generano nuove piante, alberi altissimi che sembrano perdersi nel cielo.

Mille stridii, versi e canti di uccelli si odono lontani, e cessano al nostro passaggio, per poi riprendere poco dopo. La luce filtra appena fra le fronde e nella bruma c’è una tonalità verde dominante che smorza gli altri colori. I rami e le fogli delle piante sono ricettacoli di torme di insetti pronti a caderti addosso non appena le sfiori.

Siamo su un ramo morto della Transamazzonica, che la foresta si sta riprendendo, e lo percorriamo finché la strada finisce e cominciano decine di sentieri fatti di rami scivolosi, muschio di un tappeto di piante morte che rendono invisibile il terreno vero e proprio e che talvolta sprofonda sotto il peso della Rover.

Tornano alla mente i racconti di Salgari, mentre viaggiamo sul nostro fuoristrada pieno di tecnologia del 2000. Ogni tanto si sentono via radio le battute che si scambiano i vari equipaggi, gente che affronta le difficoltà con inaspettata solidarietà. La Rover degli spagnoli si pianta e noi l’agganciano con il varicello, l’equipaggio geco sistema dei tronchi sotto le ruote tagliati con il macete nella selva, e con l’aiuto degli altri riusciamo ad tirare fuori gli amici che si guadagnano un caloroso e amichevole applauso. Si riparte.

Cala la sera e in una piccola radura si prepara il campo, le tende vengono alzate sul tetto delle Rover e la notte arriva mentre la luce del fuoco si avvolge in una travolgente nebbiolina. Ancora qualche scambio di battute con gente di paesi diversi che in un solo giorno ti sembra di conoscere da sempre, poi la stanchezza ci vince e stabiliti i turni di guardia ci mettiamo a dormire mentre versi lontani e milioni di zanzare ci danno la buonanotte.

Data di pubblicazione: 07/07/97

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